Personale "Risvegli" di Antonio La Rosa al Margutta veggy food & art

A cura di Fefe Leo

Antonio La Rosa, artista poliedrico, espone i propri lavori con la mostra "Risvegli" promossa dall'associazione culturale Disobedience, curatore della mostra Marco Dionisi Carducci, al "Il Margutta veggy food & art" fino a fine gennaio . Abbiamo fatto una breve chiacchierata per meglio conoscerlo.

Come nasce la tua passione per l'arte? 
Nasce da ragazzino, in realtà in modo molto inaspettato e lontana dalla mia espressione artistica di oggi. Perché nasce per la recitazione.

Vuoi spiegarci?
Sì, quando ero alle scuole media. Sono stato bocciato in prima media.
In quel periodo odiavo tutto quello che erano le materie umanistiche, la letteratura. 

La letteratura?
Sì, perché proprio non la capivo, non riuscivo a starci dentro.
Non comprendevo neanche la poesia. Mi chiedevo: perché questi devono scrivere queste cose? Io devo studiarle a memoria senza capire una ceppa. E sono stato bocciato comunque.

Ero un po' irrequieto. L'anno dopo è accaduta una cosa bellissima. In questo dramma esistenziale della mia prima adolescenza.

Cosa è accaduto?
E’ successo che è cambiato l'insegnante di italiano. Ed è arrivato un professore che mi ha cambiato l'esistenza. Perché mi ha trasmesso un amore fortissimo per tutte queste materie che odiavo fino a poco prima. Quindi ho iniziato ad amare la poesia. Sentendo le poesie di D'Annunzio, oppure l’Infinito di Leopardi.

Ho iniziato a capire la bellezza che si nascondeva dietro ogni parola, dietro ogni frase. E mi ha trasmesso un amore in generale per l'arte e per il teatro. Lui mi ha portato a fare cose che non conoscevo e che non avevo proprio idea di poter anche apprezzare. Ci ha fatto fare dei corsi di recitazione. Ho iniziato così ad apprezzarla.

Hai quindi iniziato a recitare…
Sì, per quello che può fare un ragazzino alle scuole medie in modo del tutto amatoriale.
Però mi ha dato una sensazione, un'emozione talmente forte che mi sono reso conto che era una roba indispensabile, quasi come il respiro. 

Come se il non farlo ti togliesse il respiro…
Esatto. Una cosa veramente forte, bella. E anche impattante perché a un certo punto ci ha fatto fare uno spettacolo in una piazza e mi sono ritrovato 500 persone davanti. 

Il tuo primo bagno di pubblico…
Ovviamente tutto da sorridere dato che il tutto era super amatoriale. Però la gente veniva a vederci. Alcuni si sono anche un po' commossi. 

Hai fatto emozionare? 
Sì, e lì ho pensato: “Che stiamo facendo?”
Un pensiero da bambino. Però l'idea era questa. Stiamo facendo una cosa che mi piace.
E’ un gioco ma mi diverte, e in qualche modo aiuta anche gli altri. Cioè dà un'emozione.
Crea anche in qualche modo un passatempo per qualcuno. “Che figata” - mi son detto - “Forse mi piace sto gioco”.

In quel momento è nata l’affascinazione per l’arte?
Sì, in quel momento è nata proprio questa affascinazione. Poi sono passati gli anni. Sono cresciuto. Ho iniziato a lavorare con mio padre. Che aveva un'azienda di lavorazione del ferro.

Tipo una carpenteria metallica?
Esatto. Quindi faceva scale antincendio, cancelli, tutto in ferro. Nulla che avesse a che fare con l'arte. Però lavorare il ferro aveva a che fare con la manualità.

Dopo il diploma il passaggio logico sarebbe stato l’università, così ho pensato ad architettura, ma in realtà ancor prima di iscrivermi mi sono reso conto che non mi piaceva, cioè mi affascinava l'idea di architetti quale Fuksas, l’idea di Renzo Piano. Mi piaceva il lato artistico dell’architettura.

E perché non hai continuato con gli studi?
Perché sarebbe stato insopportabile studiare robe che non mi piacciono. Quindi ho detto che era impossibile. Non ce la farò mai. 

E poi?
Poi ho iniziato a lavorare con mio padre. Pian piano mi sono ritrovato a star male. Perché mi mancava quel gioco del teatro. Per puro caso un collega del lavoro mi dice:  “Sai che la mia ragazza sta facendo un corso di teatro? Ci sono pochi maschi. Ti va di andarci? Gli manca un ruolo. Devono fare un saggio di fine anno”. Ho detto “Capirai”.

Proviamo. Quindi arrivo lì. L'insegnante di questo spettacolo, di questa scuola di recitazione, era il mio professore delle medie. Quindi ci siamo ritrovati. C'è stato proprio un cortocircuito. Una cosa da baci e abbracci. Una roba meravigliosa.

E quindi hai ripreso a fare teatro…
Effettivamente in quel momento ho iniziato col teatro. E lì sono impazzito. Ho capito che nella vita non volevo stare a tagliare ferro e a dirigere operai. Anche se il mio destino sarebbe stato comunque piacevole. Lì per lì lavoravo pesantemente, ma avrei gestito un'azienda con dieci operai. Un’azienda avviata, remunerativa, in un paesino. Quindi sarebbe stata comunque “molto facile”.

Però qualcosa non ti ha convinto…
Ho detto no. Ho capito che io la vita non posso spenderla a fare robe che non mi piacciono. E quindi dopo un anno in cui sono stato male, ho preso il coraggio e l’ho detto ai miei genitori. Prima l'ho detto a mia madre, ho pensato che bisognasse avere un complice per affrontare mio padre. E poi dopo un po' di tempo a mio padre.

Come è andata?
Devi sapere che lui fino a quell'attimo prima diceva a tutti: “Antonio sarà il mio successore. Fra un po' parlerete con lui che io vado in pensione”.
Avevo un carico di responsabilità e avvertivo un senso di colpa. E quindi gli ho detto: “Guarda pa' io non so come dirtelo però voglio andare a Roma a studiare recitazione”. C'è stato il gelo. Il silenzio.

E dopo?
Dopo un po' mi ha detto: “Che ti devo dire, la vita è tua. Se lo vuoi fare sappi che però qui hai tutto quello che vuoi. Tu vai lì e sarai una formica nel formicaio. Però vai, fai quello che vuoi”. Adesso è il mio più grande fan!

Hai quindi iniziato con la recitazione?
Non proprio. Io poco prima avevo fatto un'esperienza a Milano come modello. Perché comunque avvertivo questa inquietudine. Ho detto provo a fare il modello che però in realtà proprio non mi interessava minimamente. Magari avevo le predisposizioni che servivano, ma ho frequentato Milano per un po' e basta. Quindi sono arrivato a Roma a studiare recitazione. E ho pensato che la mia carriera sarebbe finita lì, nel senso circoscritta a quell’ambito, quindi che avrei recitato e basta.

E inizialmente è stato così. Quindi ho iniziato a recitare, ho lavorato come attore professionista per 15 anni più o meno. Prevalentemente in teatro, qualche cosa in tv, spot, cose così. Però il teatro restava il mio amore più grande.

E la pittura?
Nel frattempo ho inciampato nella pittura e nella scultura, che non avevo idea che esistessero. 

Cioè non avevi mai considerato quella parte artistica? 
Mai considerato, pensa che anni prima avevo accompagnato mio fratello che invece aveva delle abilità artistiche. L'ho accompagnato a comprare delle tele, dei colori. Lì non ho pensato “Quasi quasi mi compro anch'io una tela”, non mi interessava perché per me il mio mondo era la recitazione. 

Avevi mai prima disegnato?
Tutti i copioni che ho accumulato nella vita in realtà sono tutti pieni di disegni, bozzetti, ritratti dei miei colleghi, scene teatrali, però non avevo mai pensato ad altro.
Per mantenermi agli studi di recitazione avevo iniziato a lavorare. In uno di questi lavori mi fecero fare un corso d'intelligenza emotiva che si concludeva con il dipingere un cartellone che raccontasse la propria vita, i propri obiettivi.

Dato che fra gli impiegati ero “l'attore”, ero quello che avrebbe dovuto essere creativo, quindi ho iniziato a farmi un sacco di pensieri, a cercare di fare una roba eccezionale. Invece dopo tre quarti d'ora che stavo lì ho fatto una cosa che manco mia nipotina alle elementari avrebbe fatto così male, lei avrebbe fatto sicuramente meglio, quindi mi sono vergognato. L’ho strappato, buttato via, ho preso un altro cartoncino, avevo solo dieci minuti perché poi chiudeva tutto, mi sono bagnato le mani, le dita, di corsa, ed è uscita fuori una roba, una specie di volto stilizzato che mi ha dato un'emozione bellissima.

E’ stata una scoperta…
Certo, ho scoperto che mi diverte, mi emoziona quasi come andare in scena, in teatro. Così ho iniziato a sperimentare, a studiare perché ho capito che non sapevo manco cosa succedesse mischiando il blu e il rosso, a frequentare altri artisti, a frequentare galleristi, curatori, insomma ho cercato di attingere un po' da tutti in quel mondo.

E la scultura?
La stessa cosa è accaduta con la scultura. In quel periodo avevo grossi problemi economici, grossi nel senso che è stato un po' un tracollo finanziario. Lavoravo con mio fratello nell'azienda, che nel frattempo si stava trasformando in quello che poi è diventata oggi.
Stavo due o tre settimane a Roma, facevo uno spettacolo, poi andavo due o tre settimane in Sardegna a saldare, a pestare, a martellare, perché dovevamo tirare su le sorti della famiglia.  Durante un lavoro mi sono martellato un dito, mi sono fatto male. Mi è preso una rabbia, che però non era la rabbia per il dolore. 

Era un dolore molto più profondo?
Esatto, era un dolore esistenziale.  Sì, facevo l'attore, sì, avevo iniziato a dipingere, però non avevo capito qual era il mio posto nel mondo, forse l'avevo capito ma non riuscivo a entrarci, e quindi ero veramente frustrato.

Cosa è accaduto?
In quel momento ho mandato a cagare tutto, ringhiere e via discorrendo. Ho pestato col martello, ho rotto tutto. Ho iniziato a prendere tutti quegli sfridi, si chiamano così gli scarti di lavorazione, che da anni, da quando lavoravo con mio padre da ragazzino, vedevo per terra e mi immaginavo delle figure, delle cose, però non avevo mai avuto il coraggio di darmi il permesso di fare qualcosa.

E ora?
Ora invece ho preso questi sfridi, ho iniziato a lavorare, a fare, ed è uscita fuori una scultura.

Cioè li hai saldati e assemblati?
Sì, saldato tutto. E’ uscita fuori la mia prima scultura, e ho provato la gioia di un bambino, cioè è stata una cosa emozionante, bellissima, e ho capito che forse anche quello mi piaceva, e quindi la manualità in quel caso già ce l'avevo rispetto alla pittura. Il bagaglio tecnico c'era totalmente, e quindi ho semplicemente iniziato ad applicare questo bagaglio tecnico, e dato vita alla mia follia, alle mie visioni, ed è uscita fuori questa cosa inaspettata.

La scultura l'hai sentita crescere, cioè non hai fatto un percorso canonico, hai sentito proprio questa necessità dall’interno…
Sì, è nata veramente come una necessità, come un'esigenza quasi identitaria.

Tu produci con la stessa semplicità sia sculture che dipinti, hai una preferenza per l'uno o per l'altro? 
No, devo dire con la stessa semplicità. Negli anni ovviamente ho voluto e dovuto studiare perché avevo la sindrome dell'impostore, dato che non ho studiato all’accademia. Così come mi accadde la prima volta alle scuole medie dopo essere stato bocciato. All’epoca mi sono detto - “Forse sono un po' tardo, forse non sono davvero quello che penso di essere” - e allora mi sono impegnato a studiare ancora di più, un po’ per rivalsa, un po’ per dimostrare a me stesso di essere una persona intelligente anch’io.

Questo ti ha spinto ad approfondire le tecniche? 
Esatto, l'idea era proprio non posso non sapere le tecniche.  Mi rendo conto che ci ho messo tanto a imparare, perché studiavo quello che mi serviva per esprimermi in quel momento. Poi magari capivo che volevo esprimermi in un altro modo e non sapevo come fare. Allora vai a studiare anche quell'altra tecnica o capire meglio come si usano le spatole, come si usa questo, come si mischiano i colori, i colori acrilici che si asciugano in fretta, quindi ho studiato tanto al punto che oggi mi sento molto sereno sia nell'uno che nell'altro, anche se so che vi è sempre da imparare.

Normalmente la tua ispirazione avviene sul momento o è una ricerca in itinere? 
C'è una ricerca in itinere di base sugli equilibri instabili e la capacità di trovarne di nuovi e sull’essere umano nell’era contemporanea, che mi fa da motore da anni, però poi nell'atto creativo spesso e volentieri c'è l'attimo, c'è l'urgenza del momento, cioè in quell'attimo arriva un'ispirazione che mi porta a usare quei colori, che mi porta a dipingere l'opera in quel modo o in quell'altro o a scolpire una cosa. Disegno una città, faccio i bozzetti e poi però quando la realizzo davvero cambia molto, perché nella realtà lo vedi e ti rendi conto di come armonizzare il tutto. 

Le tue sculture le realizzi per fusione?
No, sono tutte cose che io saldo, taglio, unisco, pesto, piego, è lamiera saldata col filo continuo, a gas TIG o MIG, anche se mi sto avvicinando anche alla fusione in bronzo.

Hai un laboratorio a Roma?
Si, ho un laboratorio a Roma, su via Salaria in un capannone e anche un laboratorio in Sardegna.

Ho notato nella tua arte due elementi, i colori molto vividi e una certa predilezione per i palazzi che si espandono e hanno una tensione come se si volessero accartocciare. C’è un motivo per queste due scelte?
Il colore è vivido, comunque forte, perché mi piace l'impatto emotivo che ne deriva. Mi piace molto giocare con quei colori. Spesso uso i colori puri, i principali, senza mescolarli troppo. Mi piace dare vita a delle immagini col colore, spesso partendo proprio dalla pennellata, o dalla spatolata diretta sulla tela.

E i palazzi?
Il discorso invece dei palazzi, che sono un po' la mia costante, e che ritroviamo anche nelle sculture, nasce un po' dall'idea di quello che per me è l'essere umano nell'era contemporanea. È un modo come un altro di raccontare l'essere umano, è la sua gabbia, la sua prigione, a volte è la sua culla, a volte il suo nido.
A volte le persone stanno in un condominio, non più in orizzontale, ma in verticale, quindi è una verticalità della società, la verticalità dell'essere umano, di come appunto è passato dal villaggio alla metropoli. Questo si ripercuote su vari aspetti, e io non lo voglio neanche giudicare di per sé, però lo prendo come dato di fatto, è un elemento che esiste, che c’è.
Quei palazzi che accolgono tante anime, tante storie. E così ogni volta che cammino vedo i muri apparentemente semplici, ma in realtà nascondono persone che amano, persone che soffrono, sono centinaia di storie, migliaia di storie. Allora ho iniziato a dipingere appunto, non tanto l'essere umano con la sua faccia o quella che potrebbe essere la sua espressione, ma il luogo in cui tutti questi esseri umani vivono. E questa torsione che spesso hanno i palazzi è una torsione che può scardinare la rigidità della materia, quindi il cemento rigido, l'acciaio, il cristallo, all'improvviso inizia a muoversi, a danzare, a ondeggiare, proprio come siamo noi, morbidi, vibranti, come guidati da un sentimento. Un po' come se in qualche modo la città, che può essere sterile, può sembrare dispotica, o incasinata, acquisisca un sentimento, una sua vibrazione.
 
So che hai scritto anche un libro…
Sì, ne ho scritti due.

Quando hai iniziato a scrivere? 
Ho iniziato a scrivere quando avevo diciotto o vent'anni, quindi trent'anni fa, e il primo l'ho pubblicato però nel 2015, quindi dopo tanti anni. In quel momento c'è stato un altro cortocircuito, ho vissuto il mio primo lutto importante, un dolore talmente forte che non sapevo come gestirlo. Così mi rifugiavo in mansarda, a casa dei miei, a suonare con la chitarra a dodici corde di mia sorella… 

Posso chiederti se si tratta della morte di un parente stretto? 
Di mio nonno paterno. Fino a quel momento avevo avuto tutti i genitori, tutti i nonni, quindi era tutto scontato. Per me sarebbero stati tutti eterni, quindi era tutto normale, no?

Cosa hai sperimentato in quel momento? 
Ho sperimentato un vuoto maledetto, e poi l'ho visto morire lentamente, ha avuto un tumore ai polmoni. Sì, ho sperimentato il vuoto, un dolore che non ti lascia scelta, l'impotenza. Mentre suonavo, un giorno per sfogarmi, ho iniziato a scrivere una serie di parole legate a questo lutto e mi hanno alleggerito molto, comunque sono state una valvola di sfogo. Mi sono reso conto che era una cosa importante per me, sapere di questa possibilità di sfogarmi. 

Vi sono stati altri momenti in cui ti sei cimentato con la scrittura?
Sì, nel 2015 ho fatto una mostra d'arte abbastanza importante a Cagliari, in un museo di Cagliari e lì abbiamo deciso di cospargere il pavimento con circa 500 fogli, ognuno con un mio pensiero poetico scritto negli anni.

Molta gente si era portata via i fogli chiedendo dove avrebbe potuto trovare la raccolta e quindi abbiamo deciso di farla. Nasce così il primo libro, Pensieri Sparsi fra Equilibri Instabili. Poi nel 2022 è nata la seconda raccolta che mette insieme un centinaio di pensieri degli ultimi anni, dal 2016 al 2022 appunto, dal titolo “ Vivo dove sto” 

L'ultima produzione?
Si esatto, anche se devo dirti che non mi sento uno scrittore. Scrivo per una esigenza impellente, per necessità di esternare emozioni troppo forti da tener dentro. Nell’atto di pubblicare il libro ho deciso di associare la pubblicazione ad un progetto artistico, e quindi così è stato.

Cioè?
Ad esempio, ho fatto una residenza artistica in un hangar gigante. Sono stato per dieci giorni chiuso lì dentro, dove ho mangiato, dormito e dipinto un quadro di cinque metri per due. Poi l'ho tagliato in mille pezzi. Questi mille pezzi li ho numerati, autenticati e sono diventati il segnalibro dell'edizione limitata di questa raccolta di pensieri poetici. 

E’ nata così l'idea del quadro di cui hai regalato un pezzo a ciascuno dei visitatori? [Evento tenutosi al Margutta veggy food & art n.d.r.]
In forma diversa, ma si credo che quel progetto abbia fatto da embrione anche all’opera Mosaico.0, con l’intento unire le persone con un filo trasparente. La prima idea nasce proprio così. Far parte di un'opera d'arte, poi non ce ne rendiamo conto ma è il nostro mondo. Questo è uno dei messaggi sottili che volendo sarebbero da acchiappare. Non andiamo sul filosofico ma chiaramente se io possiedo un pezzo d'arte anche io sono un pezzo d'arte. Tutti noi siamo pezzi d'arte e solo insieme potremmo fare un bel quadro.

E soprattutto c'è proprio il fatto che tu possiedi quel pezzo d'arte e io senza di te, anche se sono l'artista, non posso rifare quell'opera ma ho bisogno di te, ho bisogno di lui, di tutti. E allora solo con la forza, con l'unione, con la sinergia si può dare un senso a quella parola che è appunto unione. Può creare qualcosa che singolarmente nessuno di noi avrebbe potuto fare. È anche un modo per collegare degli sconosciuti, unire con un filo sottile delle persone che fino a quel momento erano estranee e forse continuano a esserlo, ma l'idea stessa di avere qualcosa che le accomuna, li rende un po' meno sconosciuti e forse un po' più collegati.

Quindi lo sconosciuto non è più estraneo…
Credo che la maggior parte dei nostri problemi derivi dal fatto che noi, a volte, vediamo nell’estraneo il nostro nemico per definizione. 

E qual è il ruolo dell’artista in ciò?
È credere nell’utopia di poter contribuire, con la propria arte, affinché il genere umano possa porsi domande, vivere emozioni e un giorno riconoscere nell’estraneo un amico. 
Parte del nostro mestiere è immaginare che quello che oggi può sembrare utopico, creando delle basi, delle fondamenta, possa poi diventare qualcosa di reale, di normale.

 

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